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Aspettando Mastercampus: per un'estetica dell'abitare tra esperienza, soggetto, comunità

Messori Rita

Università degli Studi di Parma
Dipartimento di Antichistica, Lingue, Educazione, Filosofia - A.L.E.F.

La questione dell’abitare ha da sempre dato da pensare ai filosofi. Una questione dalle indubbie valenze politiche ed etiche ma che si fonda, come aveva ben capito Heidegger, sull’esistenza umana come essere al mondo. Il rapporto che l’uomo intrattiene con lo spazio in cui vive è di tipo pre-riflessivo, emotivo, cioè non razionalizzante e geometrico. Inoltre, l’uomo è fondamentalmente un abitante che nel suo lavoro di rendere domestico lo spazio continuamente si scontra con ciò che non si lascia addomesticare e che rimane perciò, estraneo, più precisamente "altro”. Da qui la critica nei confronti di un costruire inteso come attività tecnica che ha l’intento di giungere a un completo addomesticamento dello spazio, il cui effetto perverso è quello di dominare l’uomo stesso.
Se le riflessioni heideggeriane sono ancora fondamentali per una filosofia dell’abitare, è necessario interrogarsi su questioni tralasciate dal filosofo tedesco: in primis sull’esperienza estetica intesa come rapporto tra il soggetto corporeo, homo aestheticus, e lo spazio architettonico; e sulla valenza etica di tale esperienza. L’abitante di Heidegger è fondamentalmente un soggetto solo.
Come ripensare dunque il rapporto tra costruire, abitare e pensare dopo Heidegger? A mettere in crisi il modello heideggeriano è la filosofia nel cui alveo era nato: la fenomenologia, in particolare nella sua declinazione francese. È principalmente a Merleau-Ponty che occorre fare riferimento come chiave di volta dell’estetica degli ultimi anni del Novecento e dei primi anni del nuovo millennio. E insieme a lui ad altri che hanno re-impostato la questione dell’abitare come esperienza sensibile-percettiva ed esperienza affettiva, a partire dalla quale è possibile comprendere la dimensione intersoggettiva.
La Lebenswelt, il mondo della vita, viene percepita come un avvicendarsi di forme in trasformazione. A livello pre-riflessivo non vi è nulla di nettamente distinto e determinato. Questo è un passaggio di capitale importanza per ripensare l’estetica dell’abitare. Se per abitare intendiamo, seguendo Merleau-Ponty, la fréquentation, ("frequentazione”) del mondo, come una forma di promiscuità, ("promiscuità”), di enveloppement, ("avvolgimento”), ciò significa che il legame è originario, è a priori, non a posteriori; che il rapporto tra il soggetto e le cose, tra il soggetto e gli altri soggetti non avviene quando il processo formativo si è concluso, ma durante esso, ed è all’interno di questi rapporti che avviene la formazione: delle cose, dei soggetti, della comunità intersoggettiva. Tra soggetto e mondo vi è reciproca implicazione, cioè reciproca costituzione: io costituisco e sono a un tempo costituito dall’altro da me.
Decisiva è la concezione merleaupontiana di "campo” di esperienza: il soggetto è radicato nello spazio e l’esperienza è originariamente sinestesica e cinestesica; l’immagine del "chiasma” – efficacemente ripreso e utilizzato da Stephen Holl – ben esprime l’intreccio di relazioni tra vedere ed essere-visto, tra interno ed esterno, tra privato e pubblico. Inoltre, come il filosofo francese afferma nei suoi scritti di pedagogia, è all’interno di tale orizzonte pre-intellettivo che avviene l’incontro con l’altro, che nasce la dimensione dell’intersoggettività.
Henri Maldiney approfondisce tale discorso, mostrando come l’arte, e in special modo l’architettura, contribuisca a formare lo spazio, a sollecitare una esperienza estetica in chi si trova anche solo occasionalmente ad essere fruitore ed abitante. L’architettura esprime il ritmo dell’esistenza, che deve essere intesa come un continuo formarsi del soggetto, estatico, aperto nei confronti del mondo e dell’altro. A differenza delle arti figurative, l’architettura richiede una fruizione che supera la tradizionale concezione dello "sguardo contemplativo”, poiché il soggetto è immerso nello spazio di esperienza e lo attraversa.
Il concetto estetico di "atmosfera” elaborato da Gernot Böhme, fenomenologo tedesco, ha recentemente destato l’interesse degli architetti, di chi si occupa di esperienza estetica non da un punto di vista teorico ma da un punto di vista pratico. L’architetto forma degli "spazi atmosferici” in cui il soggetto prova determinate emozioni; l’emozione viene "irradiata” dallo spazio. Secondo Böhme, molto attento alla prassi, alla dimensione del lavoro, importante diviene l’uso della luce, così come dei materiali.
In sintesi, l’architettura si offre dunque al soggetto come una "promessa”, come una possibilità di esperienza che richiede una condivisione e che rende possibile il processo formativo del soggetto e della comunità intersoggettiva. Si tratta di una modalità di fruizione inaugurale, primigenia, irriducibile. Ed è all’interno di tale esperienza che può nascere un pensiero dialogico.